Il cuore della mostra sono le straordinarie fotografie del fotografo Giorgio AvigdorLa sequenza delle immagini è integrata da documenti, mappe o rilievi recenti, fotografie "storiche" di insiemi scomparsi, nonché testi illustrativi. L'insieme di materiale è stato ordinato secondo criteri cronologici e sistematici. In apertura, alcuni pannelli di solo testo introducono storicamente il tema specifico della mostra. Il primo, la Diaspora, presenta i confini dell'Impero romano nella sua massima estensione, e dà notizia degli eventi che determinarono esilio e dispersione degli Ebrei nei territori dell'Impero stessi tra il I e il II secolo dell'Era Volgare. Di seguito, alcuni pannelli schematizzano le vicende degli ebrei negli Stati sabaudi da Amedeo VIII (che emanò le prime norme organiche antiebraiche) a Carlo Emanuele III che, nel 1730, attuò in tutto lo Stato l'obbligo del Ghetto chiuso. Oggi non esiste più alcun Ghetto conservato nella sua integrità; due pannelli illustrano quindi la tipologia del Ghetto piemontese e le caratteristiche della Sinagoga nel Ghetto. Un primo gruppo di fotografie rappresenta le località in cui la Sinagoga è, o era fino a pochi anni fa, rimasta nella collocazione che aveva durante il periodo del Ghetto chiuso (Chieri, Carmagnola, Savigliano, Fossano, Cherasco, Mondovì, Saluzzo, Biella, Trino e Casale Monferrato). In questi casi vi sono immagini di interni di Siangoghe e, quando, quando ciò è possibile, immagini di quello che rimane dei Ghetti: interi edifici o particolari di elementi originari che servono ad illuminarci circa la realtà di quelle isole nella città, chiuse dal tramonto all'alba, dove per cortili o ballatoi, scale e passaggi, ogni abitazione era collegata alle altre e soprattutto alla Sinagoga che, in periodo di segregazione, non doveva essere riconoscibile dall'esterno ed era situata, un po' per forza di cose e un po' volontariamente, in locali non facilmente accessibili dalla strada. Tre pannelli di solo testo danno quindi schematicamente notizie sulle condizioni degli Ebrei nel periodo "francese", la restaurazione e dopo la emancipazione. Le porte del Ghetto vengono abbattute, le Sinagoghe ingrandite e adeguate allo spirito di integrazione e partecipazione alla vita della città. Lo schema distributivo viene modificato. A quello tipico, centrale, tradizionale del Piemonte del '700 - Aron-a- Qodesh alla parete di levante, Bimah al centro e banchi disposti tutto attorno - subentra una disposizione longitudinale - leggio e Aron-a-Qodesh a una estremità della sala e i banchi disposti a file parallele di fronte. E' il momento in cui compaiono elementi (es. il pulpito) sconosciuto alla tradizione. In altri casi parte del vecchio Ghetto viene demolita per far posto a grandi Sinagoghe con ricche facciate verso vie e piazze che esteriorizzano e manifestano il nuovo status sociale del gruppo.
Il cuore della mostra sono le straordinarie fotografie del fotografo Giorgio AvigdorLa sequenza delle immagini è integrata da documenti, mappe o rilievi recenti, fotografie "storiche" di insiemi scomparsi, nonché testi illustrativi. L'insieme di materiale è stato ordinato secondo criteri cronologici e sistematici. In apertura, alcuni pannelli di solo testo introducono storicamente il tema specifico della mostra. Il primo, la Diaspora, presenta i confini dell'Impero romano nella sua massima estensione, e dà notizia degli eventi che determinarono esilio e dispersione degli Ebrei nei territori dell'Impero stessi tra il I e il II secolo dell'Era Volgare. Di seguito, alcuni pannelli schematizzano le vicende degli ebrei negli Stati sabaudi da Amedeo VIII (che emanò le prime norme organiche antiebraiche) a Carlo Emanuele III che, nel 1730, attuò in tutto lo Stato l'obbligo del Ghetto chiuso. Oggi non esiste più alcun Ghetto conservato nella sua integrità; due pannelli illustrano quindi la tipologia del Ghetto piemontese e le caratteristiche della Sinagoga nel Ghetto. Un primo gruppo di fotografie rappresenta le località in cui la Sinagoga è, o era fino a pochi anni fa, rimasta nella collocazione che aveva durante il periodo del Ghetto chiuso (Chieri, Carmagnola, Savigliano, Fossano, Cherasco, Mondovì, Saluzzo, Biella, Trino e Casale Monferrato). In questi casi vi sono immagini di interni di Siangoghe e, quando, quando ciò è possibile, immagini di quello che rimane dei Ghetti: interi edifici o particolari di elementi originari che servono ad illuminarci circa la realtà di quelle isole nella città, chiuse dal tramonto all'alba, dove per cortili o ballatoi, scale e passaggi, ogni abitazione era collegata alle altre e soprattutto alla Sinagoga che, in periodo di segregazione, non doveva essere riconoscibile dall'esterno ed era situata, un po' per forza di cose e un po' volontariamente, in locali non facilmente accessibili dalla strada. Tre pannelli di solo testo danno quindi schematicamente notizie sulle condizioni degli Ebrei nel periodo "francese", la restaurazione e dopo la emancipazione. Le porte del Ghetto vengono abbattute, le Sinagoghe ingrandite e adeguate allo spirito di integrazione e partecipazione alla vita della città. Lo schema distributivo viene modificato. A quello tipico, centrale, tradizionale del Piemonte del '700 - Aron-a- Qodesh alla parete di levante, Bimah al centro e banchi disposti tutto attorno - subentra una disposizione longitudinale - leggio e Aron-a-Qodesh a una estremità della sala e i banchi disposti a file parallele di fronte. E' il momento in cui compaiono elementi (es. il pulpito) sconosciuto alla tradizione. In altri casi parte del vecchio Ghetto viene demolita per far posto a grandi Sinagoghe con ricche facciate verso vie e piazze che esteriorizzano e manifestano il nuovo status sociale del gruppo.
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